Giosuè Carducci nasce a Valdicastello, piccolo borgo nel comune di Pietrasanta, in Versilia, il 27 luglio 1835. Si trasferisce a Bolgheri tre anni dopo, il 25 ottobre del 1838, quando Michele, il padre, ottiene la licenza di medico condotto in questa contea, proprietà della famiglia Della Gherardesca. L’appartamento riservato al medico si trovava all’ultimo piano del palazzo situato proprio al centro del paese e composto da cinque stanze ed una stalla.
Il dottor Michele, ex carbonaro e fervente repubblicano, si scontra con la parte più conservatrice del borgo e con i rappresentanti delle autorità locali: i conti Della Gherardesca ed il parroco Don Bussotti. La notte del 21 maggio 1848 si sparano, in direzione della finestra dello studio del dottore, le famose fucilate in seguito alle quali, la famiglia si trasferisce a Castagneto Marittimo, dove risiederà per circa un anno.
Mentre il padre partecipa attivamente alle vicende politiche castagnetane, sostenendo le ragioni del popolo nei moti rivoluzionari del ’48, il tredicenne Giosuè va recitando presso le botteghe artigiane del borgo le poesie del Giusti, poeta satirico toscano, cui s’ispira nei suoi primi componimenti poetici. In seguito si trasferisce a Firenze, dove completa gli studi classici presso i padri Scolopi di San Giovannino e incontra Elvira Menicucci, sua futura sposa. Accede per merito alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove nel 1855 si laurea a pieni voti in Filosofia e Filologia dopo solo due anni di studio.
Dopo brevi e sporadici incarichi in alcuni licei della Toscana, Terenzio Mamiani ministro della Pubblica Istruzione del Regno d’Italia, gli offre la cattedra di Eloquenza Italiana presso l’università di Bologna, dove insegnerà per quarantaquattro anni.
Già professore, poeta e personaggio famoso torna a Castagneto per brevi soggiorni per ritrovare i luoghi a lui cari e fonte d’ispirazione per le sue poesie più celebri: Davanti San Guido, Traversando la Maremma Toscana, San Martino.
Nel 1890 è nominato senatore a vita per meriti letterari. Nel 1906 è il primo italiano a ricevere il Premio Nobel per la letteratura.
Muore a Bologna Il 16 febbraio 1907. In suo onore il paese, con delibera comunale, cambierà il nome in Castagneto Carducci.
Fra i ricordi più belli dell’adolescenza bolgherese del poeta un posto di primissimo piano spetta alla “Bionda Maria“.
Era una bambina di due anni più grande di Giosuè, che si chiamava Maria Rosa Banchini.
La chiamavano “la Buratta” perché figlia dei mugnai di Bolgheri.
Carducci, dopo averci giocato insieme per tanto tempo, si invaghì della dama bionda e ci scappò anche un finto matrimonio.
Vent’anni dopo quel fantasioso matrimonio, Carducci, a Bologna nel 1872, compone una delle sue liriche più suggestive, “Idillio Maremmano”.
La poesia, scritta nell’arco di due mattinate, descrive le abitudini di vita del paese al tempo della sua giovinezza e rimpiange i costumi forse un po’ rustici ma di certo genuini e veri della gente di Bolgheri.
Dopo 40 anni, Carducci visita Bolgheri di ritorno da una ribotta al castello di Segalari, “una donnetta coi capelli brizzolati ed un viso un po’ provato, su cui però si leggeva ancora l’impronta della passata avvenenza” si rivolge al poeta balbettando: “Non mi riconosce? Non si ricorda di quando mi scriveva le letterine amorose sigillate col pane biascicato?”.
Solo allora Giosuè ravvisa in quel volto l’amor suo primo e per la forte emozione non riesce neanche a rivolgerle la parola.
Mentre si reca in treno da Roma a Livorno nel 1873, Carducci volge lo sguardo verso i cipressi del Viale che unisce l’antica via Emilia al paese di Bolgheri, tra i quali era solito giocare durante la sua infanzia. Scrive la poesia nel periodo del Natale 1874 ma sono necessari molti tentativi prima di arrivare alla stesura definitiva risalente al 18 Agosto del 1886.
Il poeta definisce i cipressi giganti giovinetti poiché negli anni della sua adolescenza erano appena stati piantumati. Sul finire del 1700, infatti, a seguito delle bonifiche volute dai Conti Della Gherardesca, viene realizzato uno stradone sterrato di circa tre miglia per collegare Bolgheri con l’attuale via Aurelia.
Dopo il 1830 si aggiungono due filari di pioppi che sono, però, ben presto divorati dai rustici bufali maremmani. Si rende necessaria la loro sostituzione con i cipressi, la cui messa a dimora si conclude nel 1911. L’improvvisa apparizione dei cipressi consente al poeta di rivivere per un momento gli anni della sua fanciullezza, quando si divertiva a tirare i sassi ai cipressi e a cercare i nidi dei rusignoli.
L’uomo maturo tiene a specificare in maniera polemica che le sue sassate infantili sono divenute oggi invettive politiche e letterarie contro i suoi avversari; si vanta di non appartenere a quella schiera di romantici manzoniani moderati e conformisti.
Trai cipressi alti e schietti si staglia alta e solenne la figura di nonna Lucia, la quale soleva raccontargli la novella del Re Porco tenendolo sulle ginocchia e chiamandolo affettuosamente bufalotto.
Nella parte finale dell’ode, il poeta si riscuote dai ricordi: il treno lascia la terra amata, inseguito dai puledri e ignorato da un asino grigio. La schiera dei puledri simboleggia l’irruenza e la passione tipici dell’età giovanile che segue il ritmo della vita e del progresso, identificato nella vaporiera mentre l’asin bigio è l’emblema dell’ignavia e dell’indifferenza. Il Viale dei cipressi ha una lunghezza di quasi 5 km ed è fiancheggiato da due file di cipressi secolari, in tutto 2540 piante.
“Quando mio padre mi sgridava un po’ troppo, io fuggivo di casa e andava errando per le brughiere presso il mare e sulle colline cretacee, e facevo lunghe meditazioni sulle lucertole, i biacchi e i falchetti: quel silenzio mi piaceva. Un’altra mia gran contentezza era d’alzarmi la mattina avanti al sole per menare a bere i cavalli. Che felicità a trovarmi a quell’ora fra i robusti villanzoni e i butteri”.
“Ma le mie ricordanze, tristi e pur care, ma tutto il mio ideale di fanciullo, ma tutto il mio amore, è per la maremma.”
“Devi anche sapere che allora io possedeva un falchetto; e che mio padre un giorno tornando dai monti portò un lupacchiottino, del quale io presi gran cura. Ma una mattina trovai il falco strozzato. Era stato mio padre che aveva punito nel povero animale i miei svaghi dal latino. Quanto patii! Il lupo fu dato a un tale che faceva incetta di selvaggiume per Livorno. Io lo menavo fuori meco come fosse un cane e le galline scappavano; e le donne urlavano e mio padre mi tolse anche quello”.
“Mia madre, donna di molto ingegno e di molto carattere, m’insegnò a leggere, m’insegnava a mente del Berchet… Mio padre m’insegnava i cori del Manzoni.”
“A otto anni, mio padre midiè in mano la Grammatica latina delle scuole pie; dovevo mandarmela tutta a mente; e tutti i giorni tradurre a voce e per iscritto dal latino all’italiano e viceversa. Tutto ciò senza mai una spiegazione razionale. Pure in due anni traducevo la Metamorfosi (di Ovidio) ad aperta di libro, con mio gran piacere scandivo versi latini, dando la ragione di tutte le regole della prosodia. Non feci mai peraltro un verso latino. Mio padre, per quanto fosse fanatico della poesia, non midiè mai a fare un verso”.
“A punto a quel tempo 1845’46 mi prese la febbre maremmana: la portai due anni; per cacciarmela, pensarono di mandarmi a Castagneto, luogo più alto, e anche per distrarmi. Lassù ruppi ogni ritegno. Andavo per le botteghe dei calzolai, dei sarti, chiamato a leggere il Giusti; che credevo di intendere; e nel ’47, co’bagliori della primavera del Risorgimento cominciai a far versi anch’io…”.
“Il mio primo dolore, del quale serbo vivissima rimembranza, fu la morte della mia nonna paterna: mi par di vederla ancora; una bella vecchia lunga, tutta e sempre vestita di nero: quando la vidi distesa sul suo letto, quando mi dissero che era morta, quando i preti la portarono via, io mi ricordo bene che il mio cuore infantile ne fu straziato, mi ricordo bene che allora intesi orribilmente che fosse la morte: quella donna, che mi teneva sulle ginocchia, che mi raccontava le lunghe e belle fantastiche favole, che mi dava ragione e mi consolava delle ingiustizie materne e delle paterne crudeltà andava a giacere sotto terra, nel povero camposanto, nello stridore del verno. Povera signora Lucia! Dicevano le donne intorno. Cara la mia nonna, io voglio venire con te: dicevo io: non voglio che tu vada a star sola nel camposanto.“
Questo piccolo cimitero, appena fuori dalle mura del paese, conserva le spoglie di Lucia Galleni, nonna paterna di Giosuè Carducci, morta di tisi il 18 dicembre del 1842 all’età di settantadue anni. Ancora oggi, all’interno del camposanto, è visibile un’epigrafe marmorea a ricordo dell’amata nonna del poeta.
Le prime sepolture nel cimitero di Bolgheri risalgono alla metà del 1500, sebbene la cinta muraria sia del 1782. Inizialmente posto all’interno della chiesa, fu il Granduca Pietro Leopoldo a decidere per lo spostamento nell’odierna posizione durante una visita in Maremma nel 1770. Il cimitero fu quindi spostato in base alla Legge generale dei feudi, la quale ordinava la costruzione di camposanti al di fuori delle mura cittadine, secondo i principi igienico-sanitari moderni e quindi anticipando, di fatto, l’editto di Saint Cloud del 1804 che promulgava lo stesso principio.
Si ritiene che sotto lo strato di sepolture più recenti, vi sia uno strato più antico risalente alle vittime della peste del 1600. Questa modalità servì per ovviare al problema di mancanza di spazio in larghezza per sfruttare, dunque, quello in profondità. L’obitorio, una piccola stanza all’interno del camposanto, custodisce ancora i supporti di metallo in cui erano adagiati i defunti (a destra quello per gli adulti, a sinistra per i bambini).
Infine, ancora oggi, sono visibili varie croci di ferro che ricordano i nuclei famigliari bolgheresi sepolti qui nel corso del tempo.