La prima menzione di questo antico edificio, posto ai piedi dell’ingresso al castello ed alla chiesa di San Lorenzo Martire, è contenuta in un estimo del 1458 relativo ai beni di proprietà della pieve di San Giovanni Battista di Castagneto.
Tra questi beni compariva infatti una casa posta in detto castello nel luogo detto La Torre Vecchia, tra la sede di Tinto d’Adimuccio e la Torre Vecchia». Questa casa, che verrà successivamente utilizzata come residenza dei parroci, era stata donata alla pieve dai conti Gherardo e Simone della Gherardesca su richiesta della madre Bartolommea, forse in memoria del padre Bernabò morto nel 1433.
Quasi due secoli dopo troviamo la canonica nuovamente citata in una Lista dei beni della Pieve del 1613, redatta dall’allora parroco don Camillo Reali che ne dette una dettagliata descrizione.
A quel tempo l’edificio era di dimensioni assai più modeste ma soprattutto si trovava in pessime condizioni, forse a causa della decadenza economica che l’intero patrimonio pievano stava attraversando proprio nel XVII secolo.
All’epoca di don Reali la canonica era composta da due sole stanze: una sala ed una camera, poste sopra una cantina ed una stalla. Per entrarvi era necessario passare sopra una passerella fatta con tavole di legno perché era crollata la scala. Non c’erano più né portone né finestre, mancava il pavimento mentre il camino e l’acquaio, benché presenti, erano ormai inservibili «per essere tutti rovinati».
Anche la struttura era completamente rovinata: aveva le muraglie rotte, cioè crepate in più parti, oltre che vi pioveva come fuori.
Ci volle un secolo perché la canonica fosse finalmente restaurata. A prendere l’iniziativa fu il nuovo pievano don Sebastiano Becciani, proveniente da Barberino del Mugello che, nel 1722, ristrutturò completamente la casa e la ampliò fino alle attuali dimensioni.
A completamento dell’opera inserì, sotto lo stemma dei conti della Gherardesca, un’epigrafe che ancora oggi ricorda il suo benemerito intervento:
AD(IUVAN)TE D(OMI)NO SEBASTIANUS BECCIANI A BARBERINO MUGELLI PLE BANUS HANC DOMU(M) COLLABENTE(M) P(RO) E(CCLESIA) AEDIFICAVIT AUIT AN(N)O D(OMI)NI MDCCXXII
[Con l’aiuto di Dio, il pievano Sebastiano Becciani di Barberino del Mugello, restaurò ed ampliò a vantaggio della chiesa questa casa quasi in rovina, nell’anno del Signore 1722].
Nell’Ottocento la canonica di Castagneto fu suo malgrado protagonista di eventi politici che sconvolsero la vita del paese. Infatti nel 1834 don Lorenzo Gestri, sacerdote di origini campigliesi da poco nominato preposto di Castagneto dal conte Guido Alberto della Gherardesca, volle ripagare il proprio patrono cedendo tutti i beni della pieve al conte con un contratto di livello perpetuo.
I castagnetani contestarono pubblicamente quello che per loro era un abuso e qualcuno arrivò a sparare delle fucilate alle finestre della canonica.
Quelle del 1834 non furono però le ultime fucilate sparate contro la canonica.
Il 12 settembre 1847, durante i festeggiamenti cittadini per l’istituzione della guardia civica, a Castagneto scoppiò la vera e propria rivolta.
Non dimentichi delle vicende legate a don Gestri ed alla svendita dei beni parrocchiali, il giorno successivo una folla, infuocata dalle parole di Michele Carducci, padre del poeta Giosuè, si portò ancora sotto la canonica per contestare il preposto e sparare nuovamente delle fucilate alle finestre per intimidire il sacerdote.
Le contestazioni proseguirono nelle settimane seguenti finché, dopo le ennesime minacce dei castagnetani sotto la canonica, don Lorenzo Gestri fu costretto a rifugiarsi nel castello, sotto la protezione dei conti della Gherardesca.
Gli animi si placarono solo nel 1848 quando gli ex feudatari chiusero le vertenze con il Comune concedendo terre a tutte le famiglie castagnetane.
Fu solo allora che il povero don Gestri poté tornare in tutta tranquillità ad abitare nella propria canonica, che continuerà ad essere utilizzata anche dai suoi successori fino agli anni ’90 dello scorso secolo.
Attualmente la casa canonica, tutt’ora di proprietà della parrocchia, non è più abitata dal parroco ma viene utilizzata per le varie attività parrocchiali.
La chiesa di Sant’Antonio da Padova, ubicata a Castagneto Carducci nel cuore del centro storico, rappresenta in assoluto il primo oratorio “borghese” del paese.
Nel 1672, anno della sua realizzazione, nel paese erano infatti presenti solo chiese di patronato della famiglia dei conti della Gherardesca, oltre a due oratori appartenenti alle confraternite devozionali.
L’erezione di una chiesa da parte di un soggetto laico e non appartenente alla nobiltà feudale, rappresenta quindi un’importante testimonianza dell’evoluzione che, proprio a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, stava interessando la società castagnetana con la comparsa di un nascente ceto borghese, legato alla proprietà terriera, che si stava affermando economicamente e socialmente.
La piccola chiesa di Sant’Antonio da Padova era stata realizzata grazie ad un lascito da parte di don Giovanni Battista Bussotti (1624-1672), il primo sacerdote espresso da questo nuovo ceto borghese ed appartenente ad una delle dodici famiglie che costituivano gli «uomini di Castagneto», ovvero quelle poche famiglie a cui, nel 1639, la signoria feudale, allora rappresentata dal conte Ugo della Gherardesca, aveva concesso di poter accedere alle cariche di amministratori della Comunità.
Don Bussotti era proprietario di una tenuta di trentanove saccate di terreno (quasi venti ettari) ed aveva al proprio servizio un servitore, una guardia privata, un fossataro, un mugnaio, un buttero, un pastore oltre naturalmente ad alcuni contadini.
Non aveva quindi bisogno di prestare servizio presso qualche altare dei conti o presso le confraternite per potersi mantenere, ed infatti non lo troviamo menzionato come cappellano o rettore di alcuna compagnia.
Era però imparentato con tutte le maggiori famiglie castagnetane grazie ai matrimoni delle sorelle con membri delle famiglie Casabianca, Tuti, Potenti e Giannelli.
Alla sua morte lasciò tutto il suo patrimonio al fratello Cammillo, assieme ad uno speciale lascito per costruire una chiesa dedicata a Sant’Antonio da Padova.
Poiché don Bussotti morì nel 1672, proprio l’anno stesso della visita pastorale del vescovo Lelio Piccolomini che menziona per la prima volta questa chiesa 1, si presume che il fratello Cammillo avesse ottemperato al legato di don Bussotti nello stesso anno della sua morte e poco prima dell’arrivo del vescovo a Castagneto.
La cappella fu ricavata da una stanza al piano terra del palazzo di famiglia, e quindi esternamente non possedeva segni evidenti che la facessero apparire come un edificio di culto. Solo successivamente, forse in occasione di un qualche restauro, furono applicati sulla facciata dei marmi che alcuni ritengono provenienti dall’antica chiesa di San Colombano.
A questo oratorio era associato un legato pio di cento messe l’anno, ovvero due alla settimana, di cui almeno la metà da celebrarsi presso la chiesa stessa, in suffragio delle anime dei membri della famiglia Bussotti.
Nella sua visita del 1672, il vescovo Piccolomini intervenne nei confronti dell’economo di questa chiesa per una questione che però riguardava la gestione del cimitero. Venne infatti ordinato che questi dimostrasse di «haver resarcito il cimitero e sbarbato tutti l’alberi che s’era dato tempo tutto agosto, se non è adempito il tutto li si commini pena di lire 20 da applicarsi a luoghi pij se in termine di quindici giorni non avrà risarcito 2».
Non sappiamo però quale collegamento poteva esserci tra questa chiesa di S. Antonio ed il cimitero di Castagneto che, al tempo, si trovava ancora in piazza San Sebastiano.
Nel resoconto alla visita pastorale del 1785, si riporta che il vescovo, Piero Maria Vannucci, «Visitò l’oratorio e l’altare di S. Antonio di Padova sotto la casa della Famiglia Bussotti ora Bracciali, e di patronato della medesima. Lo trovò in sufficiente grado, ma ordinò doversi ristuccare la Pietra sagrata all’interno, resarcire e rintonacare le muraglie laterali, ed imbiancarsi tutta la Fabbrica all’interno 3».
Il patronato della cappella di Sant’Antonio da Padova subì le vicende proprietarie del palazzo al quale apparteneva e, pertanto, nei secoli passò dai Bussotti ai Casanuova, poi ai Bracciali e quindi ai Moratti, divenuti Espinassi Moratti ed infine Cancellieri.
Ricerca storica a cura di Giacomo Pantani
Nel luogo dove oggi si trova Piazza del Popolo, culmine del borgo castagnetano, sorgeva il più antico cimitero di Castagneto, nominato per la prima volta nel 1567 nel resoconto alla visita pastorale del vescovo di Massa Ventura Bufalini. L’area cimiteriale si trovava ai margini del paese, fuori dalla cinta muraria del castello, sopra un pianoro naturale che collegava il villaggio a tutte le vie di comunicazione verso valle.
Nel 1593, al centro dell’area cimiteriale, compare la presenza di un oratorio intitolato a San Sebastiano, santo particolarmente venerato come protettore dalle epidemie di peste. E’ dunque possibile che questo edificio sacro fosse stato costruito in occasione della così detta “peste di San Carlo Borromeo” che, tra il 1575 ed il 1577, colpì tutta la penisola imperversando anche in Toscana.
Tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento, quando ormai il cimitero era stato trasferito presso l’attuale Parco della Rimembranza, sul lato della piazza che costeggiava la via che portava a San Giusto (oggi via Cairoli) fu costruito il primo ospedale di Castagneto: lo “Spedale di San Sebastiano”. Al tempo queste strutture, solitamente costruite e dotate di beni da parte di benefattori privati, non venivano utilizzate soltanto per il ricovero di malati o feriti, ma anche per dare una temporanea ospitalità a viandanti e mendicanti.
Nel corso del Settecento, accanto allo “Spedale”, cominciarono a sorgere attorno alla piazza anche i primi palazzi privati. Nel corso dell’Ottocento, si andò a completare una doppia fila ininterrotta di edifici che, dal castello e dalla chiesa di San Lorenzo ubicati sull’apice della collina, portava proprio a San Sebastiano, dando vita al caratteristico “borgo” (oggi via Vittorio Emanuele II), che da allora costituì il centro civile e commerciale del paese.
Nel corso dei secoli Piazza del Popolo fu teatro dei maggiori eventi che caratterizzano la storia del paese.
Già sul finire del Settecento l’oratorio di San Sebastiano era stata oggetto di aspre contese tra la famiglia della Gherardesca ed il Comune, con entrambi i contendenti che ne rivendicavano la proprietà.
Alla fine però la spuntarono i conti ed il problema della proprietà dell’oratorio fu messo da parte per ritornare puntualmente fuori nel corso dei moti popolari del 1847-48.
All’epoca, nel clima risorgimentale che stava infuocando tutta la Toscana, in Piazza San Sebastiano fu innalzato un “albero della libertà” attorno al quale si raccolse una folla di castagnetani che dettero avvio alla rivolta contro la famiglia della Gherardesca e contro il parroco loro sodale. Ad istigare la folla era intervenuto il medico condotto Michele Carducci, padre del poeta Giosuè.
Nel 1848, grazie all’intervento del Granduca, i della Gherardesca si rassegnarono a sottoscrivere una transazione per i diritti sulle terre comunali, a seguito della quale, oltre ad una distribuzione di terre a tutte le famiglie di Castagneto, il Comune ottenne anche la proprietà del Palazzo pretorio (oggi Palazzo municipale) e dell’antico oratorio di San Sebastiano ormai sconsacrato.
A seguito del plebiscito per l’unificazione della Toscana al Regno d’Italia del 1859, Piazza San Sebastiano mutò il proprio nome in “Piazza del Plebiscito”. Nel 1927, in pieno regime fascista, l’allora podestà di Castagneto Antonino Tringali-Casanuova decise di dotare il paese di una piazza più ampia, adatta per raccogliervi le adunanze e le parate di regime.
Venne così deciso di demolire l’antico oratorio di San Sebastiano che, per cinque secoli, aveva costituito un punto di riferimento non solo per la vita religiosa del paese, ma anche per quella sociale e culturale, costituendo la sede di associazioni quali la Filarmonica Comunale di Castagneto (dal 1881) ed il Circolo Operaio (dal 1895), ma anche delle prime scuole comunali.
Nel giorno della liberazione di Castagneto dall’occupazione tedesca, avvenuta il 27 giugno 1944, in Piazza del Plebiscito si consumò anche una tragedia: l’uccisione del partigiano Dante Dallari da parte di alcuni tedeschi sbandati.
Nel 1947, dopo le prime elezioni democratiche dalla fine del fascismo, il nuovo Consiglio comunale deliberò il cambiamento di alcune denominazioni stradali tra cui proprio Piazza del Plebiscito che assunse il nome di Piazza del Popolo.
Nel dopoguerra, all’indomani dell’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948 e nel bel mezzo del clima prerivoluzionario che si era andato a creare, a Castagneto
Piazza del Popolo fu ancora teatro di un ultimo episodio di sedizione popolare, con tanto di fucilate alle finestre ed assalto al palazzo, affacciato proprio su Piazza del Popolo, dell’avvocato Ugo Pantani, proprietario terriero ed esponente locale della Democrazia Cristiana.
Nel 2011 Piazza del Popolo è stata oggetto di un importante intervento di riqualificazione, sia della pavimentazione che dell’arredo urbano, che ha conferito a questo luogo una nuova e più moderna immagine.
Nel 2015 lo scultore locale Flavio Melani ha realizzato il gruppo statutario posto sul lato sinistro della piazza, raffigurante una coppia di partigiani in ricordo del 70° anniversario della liberazione di Castagneto dall’occupazione tedesca.
La storia del Piazzale Eugenio Curiel, più noto ai castagnetani con il nome di Piazzale Belvedere, è piuttosto recente.
Già dalla fine dell’Ottocento si erano susseguiti progetti per utilizzare questo terreno, posto in un pianoro immediatamente al di sotto dell’allora Piazza San Sebastiano, per erigervi una nuova chiesa che però non vide mai la luce. Tramontato il progetto della chiesa, durante il ventennio fascista venne deciso di costruirvi una casa del fascio. Questa volta i lavori iniziarono con la realizzazione di un’ampia terrazza, sorretta da imponenti mura di retta ed accessibile dal paese tramite una monumentale scala in travertino.
A causa della guerra e della caduta del regime, i lavori non vennero mai completati e, dell’originario progetto, rimase soltanto un ampio spazio affacciato sulla pianura sottostante e sul mare, con una vista panoramica che spaziava dal San Vincenzo a Cecina. Dopo la fine della guerra, il Consiglio Comunale decise di intitolato il piazzale a Eugenio Curiel, fisico ed antifascista morto per mano delle Brigate Nere nel 1945.
Gli abitanti di Castagneto poterono così riappropriarsi di questo spazio, realizzandovi al centro una prima pista da ballo per le feste serali. Negli anni ’50 furono piantumati i pini sul lato mare, mentre la pista da ballo fu spostata sul lato nord per costruire al centro del piazzale una fontana. Da allora Piazzale Eugenio Curiel rappresenta uno dei luoghi più frequentati ed amati di Castagneto.