Bolgheri con gli occhi di Carducci

[…] Dell’esperienza maremmana del Carducci dobbiamo distinguere nettamente due periodi. Il primo dal 1838 al 1849, relativo alla residenza dei Carducci in Maremma, prima a Bolgheri per quasi dieci anni e poi a Castagneto per circa undici mesi, non presenta molto di rilevante, all’infuori di due esperienze che però meritano di essere segnalate. 

La prima fu l’affermazione come fine dicitore e voce recitante dell’undicenne Giosue nel mese trascorso a Castagneto per convalescenza da malaria intorno al maggio 1846.

Erano già iniziate le prime rivolte contro il conte da parte dei castagnetani, subito vòlte al peggio; perciò su Castagneto si era incentrato un controllo governativo sempre più rigido, onde evitare degenerazioni rivoluzionarie, contagiose per Livorno ed altre città calde del granducato. Filosoficamente i castagnetani, quello che non potevano urlare contro il conte, il granduca, l’oppressione, lo declamavano in poesia.

L’autore preferito era naturalmente Giuseppe Giusti, le cui sferzanti irrisioni, pubblicate giusto in quei tempi, pervenivano al rivoluzionario dott. Michele Carducci per le vie più impensabili; e il giovane Giosue le carpiva dal padre, memorizzandole con facilità per recitarle a Bombo (Giuseppe Salvadori) muratore castagnetano di frequente trasferta a Bolgheri. Quando Giosue si trovò in convalescenza a Castagneto, ebbe due mentori che lo introdussero nei “salotti” artigiani del paese: lo stesso Bombo, che aveva già parlato di lui a più riprese, e Alessandro Scalzini, ventenne, ma ancora fanciullesco nel suo entusiasmo repubblicano.  

Il futuro poeta si trovò così a recitare le satire del Giusti che, in quei tempi che volgevano al drammatico, ebbero uno straordinario successo. Possiamo citare, ma solo a titolo esemplificativo, il “Brindisi di girella” o, con ogni probabilità, l’Incoronazione che pareva fatta a pennello per schernire la flemma del granduca Leopoldo II; e sicuramente il Dies Irae, di cui lo stesso Carducci avrebbe composto la parodia un paio d’anni dopo:

« Il toscano Morfeo vien lemme lemme
Di papaveri cinto e di lattuga,
Che, per la smania d’eternarsi, asciuga
Tasche e Maremme.
Dies irae! È morto Cecco;
Gli è venuto il tiro secco
Ci levò l’incomodo.
Un ribelle mal di petto
Te lo messe al cataletto:
Sia lodato il medico.»

Due anni dopo i Carducci furono costretti a spostarsi da Bolgheri a Castagneto, per il canto suadente, ma non proprio lirico, di alcune fucilate notturne sparate contro le loro finestre.

Mentre i due fratelli minori Dante e Valfredo frequentavano la scuola di don Giuseppe Olinto Casabianca, Giosue ebbe come maestro privato don Giuseppe Millanta, la cui preparazione latina, fresco di studi com’era, poteva ben far fronte a quel tredicenne allievo che già recitava le Metamorfosi a memoria.

Don Millanta, futuro maestro di Castagneto dal 1854 al 1875, era dotato di una elevata vocazione poetica (lo ritroveremo ispirato autore di liriche religiose in successive edizioni delle Triennali). […]

Un altro avvenimento cui dobbiamo far cenno per segnalare l’influenza del giovane Carducci in quel periodo, accadde poco più tardi, quando Leopoldo II rientrò a Firenze dal volontario esilio a Gaeta, preceduto prudentemente dalle truppe austriache.

Paralizzata dalla invadente presenza dei soldati austriaci, la popolazione si vide propinare sottomano un volantino con questo gustoso sonetto ancora attribuito all’incorreggibile Giuseppe Giusti (che morirà l’anno successivo togliendo dalle ambasce il povero Canapone, suo bersaglio fisso)

I TEDESCHI
Una volta il vocabolo TEDESCHI
Suonò diverso da quello di GRANDUCA
E un galantuomo che dicea GRANDUCA
Non si credette mai di dir TEDESCHI.
Ma l’uso in oggi alla voce TEDESCHI
Sposò talmente la voce GRANDUCA
E GRANDUCA significa TEDESCHI.
E difatti la gente del GRANDUCA
Veggo che tien di conto de’ TEDESCHI,
Come se proprio fossero il GRANDUCA.
Il GRANDUCA sta su per i TEDESCHI,
I TEDESCHI son qui per il GRANDUCA
e noi paghiamo GRANDUCA e TEDESCHI.

Giosue Carducci, giunto da poco a Firenze e rammaricato di non averlo avuto a tempo debito nel suo palinsesto recitativo, ne inviò una copia ad Alessandro Scalzini che, surrogando l’amico lontano, ne fece a sua volta generosa recitazione nei “salotti” artigiani di Castagneto.

C’è un dato incontrovertibile su questo episodio: lo Scalzini fu gratificato da allora del nomignolo di “Il Tedeschi”; del sonetto però non se ne seppe più nulla dopo le disavventure dello stesso Scalzini che nel 1854 si vide amputata una gamba e fu costretto a ridimensionare le sue prestazioni; in compenso però il soprannome gli rimase fino all’epoca delle prime ritornate del Carducci, cioè del 1879.

Il secondo periodo di influenza del Carducci, sicuramente più importante, fu la fase delle “ribotte castagnetane”, protrattesi dal 1879 al 1894: forse non molte, perché col tempo duramente contestate dai familiari e dai medici, preoccupati per gli eccessi enogastronomici del Poeta fra i suoi amici in Maremma. Allorché il Carducci effettuò la prima gita “ufficiale” a Castagneto, il 25 e 26 aprile 1879, avevano già visto la luce molte sue liriche rievocative della Maremma: I Voti, Congedo, Idillio Maremmano, Il Bove, Rimembranze di Scuola, Nostalgia; è inimmaginabile l’entusiasmo e il fervore recitativo ed imitativo che suscitavano ad ogni nuova pubblicazione.

Le successive poesie di Maremma, pubblicate fra una visita e l’altra a Castagneto, venivano talvolta presentate dallo stesso Poeta ed ovviamente recepite con entusiasmo dai castagnetani. Di esse fu sicuramente recitata alla Torre di Donoratico, il 17 maggio 1885, Traversando la Maremma Toscana che era stata pubblicata pochi giorni prima. Non si ha notizia certa di altre sue declamazioni, esclusa forse Davanti San Guido nel 1894. Invece il Poeta fu generoso in qualche nota di folclore […]. in occasione della “rentrée” ufficiale improvvisò, il 26 aprile 1879, al termine del banchetto in casa di Francesco Borsi nonno di Giosuè, il famoso ditirambo A Castagneto, un simpatico scherzo conviviale.

Il 9 ottobre 1885, questa volta a Segalari, rispondendo al benvenuto di “Cecconaso” Millanta, nipote del defunto maestro don Giuseppe, recitò il non meno noto Brindisi del bevitore. L’ultima sua ribotta, e probabilmente la sua ultima visita a Castagneto, ebbe luogo il 21 ottobre 1894 in casa di Guido Casanova, l’amico “Guidino”. Doveva essere un pranzetto quasi intimo, insieme ad alcuni ospiti che lo avevano accompagnato, senza abusi ed eccessi, con il Poeta strettamente controllato dal genero Giulio Gnaccarini che aveva ricevuto precise raccomandazioni dal celebre dott. Murri. Invece il pranzetto andò avanti tutto il pomeriggio, in un crescente andirivieni di gente e fiaschi di vino.

Ricerca storica a cura di Luciano Bezzini - Antologia castagnetana

Ugolino della Gherardesca fu uno dei protagonisti della storia di Pisa nel corso del Duecento. Figlio di Guelfo, primo esponente della famiglia ad essere chiamato conte di Donoratico, discendeva da una casata feudale di origine volterrana che vantava possedimenti e castelli in Maremma, compresi quelli di Castagneto e Donoratico.

La prima comparsa di Ugolino sulla scena politica pisana risale al 1252 quando il conte, nell’ambito delle lotte tra Pisa e Genova per ottenere il dominio sulla Sardegna, riuscì ad assumere il titolo di vicario del re Enzo di Svevia per il Giudicato di Torres (Sassari). Inoltre, dopo la spartizione del Giudicato di Cagliari nel 1258 e l’ottenimento di un terzo dello stesso da parte della famiglia della Gherardesca, lo stesso Ugolino poté vantare il titolo di Signore di un sesto del regno di Cagliari. 

In Sardegna si deve proprio ad Ugolino la fondazione della città mineraria di Villa di Chiesa (Iglesias) dove il conte finanziò anche la costruzione del castello di Salvaterra e della cattedrale di Santa Chiara (1284).

Nonostante i successi riportati in Sardegna, nella sua Pisa il conte Ugolino fu più volte condannato all’esilio o costretto a fuggire dalla città (1270, 1273, 1275) a causa dei contrasti per il controllo dei possessi sardi tra le famiglie aristocratiche pisane ed il Comune a guida popolare, ma anche per la spregiudicata politica di Ugolino che, pur essendo di parte ghibellina, in più occasioni non aveva esitato a stringere alleanze con esponenti della parte guelfa per raggiungere i propri scopi.

Dopo la battaglia navale della Meloria e la distruzione della flotta pisana da parte di Genova nel 1284, le città guelfe di Lucca e Firenze cercarono di approfittare della debolezza della Repubblica pisana invadendo il suo territorio.

Il Comune decise allora di ricorrere proprio ad Ugolino per cercare una pace con le città nemiche confidando nei rapporti privilegiati che il conte era riuscito a mantenere con Lucca e Firenze e con la stessa fazione guelfa interna a Pisa.

Dopo la sua nomina a podestà di Pisa nel 1284 e poi a Capitano del Popolo nel 1286, il ghibellino Ugolino associò al suo governo Nino Visconti, esponente della parte guelfa, cercando così di compattare le varie fazioni interne alla città.

Quanto ai nemici esterni di Pisa, il conte tentò di rompere il fronte avversario concedendo alcuni castelli pisani sia Firenze che a Lucca e corrompendo gli eserciti nemici.

Proprio quando a Pisa la situazione politica sembrava essersi finalmente stabilizzata, in città iniziò a serpeggiare il malcontento popolare per le politiche restrittive imposte dalle condizioni di pace.

Di questa situazione approfittarono alcuni avversari del conte Ugolino che, capeggiati dall’arcivescovo di Pisa, il ghibellino Ruggieri degli Ubaldini, fecero scoppiare la rivolta popolare mentre Ugolino si trovava nel castello di Settimo. I rivoltosi riuscirono a cacciare Nino Visconti dalla città e quando Ugolino rientrò a Pisa, convinto di poter riportare la calma e riprendere il potere, venne arrestato dai seguaci dell’arcivescovo (1 luglio 1288) assieme ai figli Gaddo ed Uguccione ed ai nipoti Anselmo e Nino detto Brigata, con l’accusa di tradimento.

Ugolino della Gherardesca rimase prigioniero per nove mesi, per poi essere lasciato morire di fame nella Torre della Muda (poi ribattezzata Torre della Fame), in piazza dei Cavalieri a Pisa, assieme a figli e nipoti.

Quando nel marzo 1289 Guido da Montefeltro assunse la signoria di Pisa e la prigione fu aperta, furono rinvenuti i cadaveri del conte e dei suoi familiari, morti da poco tempo. Dante Alighieri, che all’epoca dei fatti aveva circa 24 anni, ricordò la tragica vicenda della morte del conte Ugolino in uno dei canti più celebri della Divina Commedia (Inferno, canto XXXIII).

Assai discussa è l’interpretazione dell’ultima frase che Dante fa pronunciare al conte “Poscia, più che ‘l dolor, potè ‘l digiuno”. L’interpretazione più nota è quella secondo cui Ugolino, vinto dalla fame, superò il dolore e divorò i figli ormai morti che gli si erano offerti in pasto. Secondo l’altra interpretazione, forse più attinente non solo ai fatti storici ma alle stesse intenzioni del poeta, Ugolino, nonostante il dolore dovuto al non poter far niente per salvare i figli, non morì per questo dolore ma per la fame.

Sulla presenza del conte Ugolino a Castagneto e Donoratico, rimane una testimonianza scritta in un atto di donazione del 1263 con il quale il conte cedette a livello la chiesa di San Colombano con l’annesso romitorio ai frati Eremitiani di S. Agostino della provincia di Siena,  conservando però il patronato per sé e per i propri eredi, ad onore di Dio e della Beatissima Vergine Maria e dei Santi Agostino e Colombano e di tutti i Santi e Sante di Dio, e per la salute dell’anima sua e del sig. Guelfo di buona memoria suo padre e di tutti i suoi parenti.

A seguito della morte del conte Ugolino, tutti i suoi beni, compresi i castelli di Castagneto e Donoratico, furono confiscati dal Comune di Pisa. Dopo pochi anni, però, Bonifazio (detto Fazio) e Ranieri della Gherardesca, parenti di Ugolino ma rimasti sempre fedeli alla Repubblica pisana, rientrarono in possesso di gran parte dei possedimenti confiscati ad Ugolino compresi i castelli di Castagneto e Donoratico, che poterono così ritornare nelle mani di un ramo della famiglia della Gherardesca. Al Musée d’Orsay a Parigi è presente una statua in bronzo di Jean-Baptiste Carpeaux che rappresenta il conte Ugolino devastato dalla fame ed attorniato dai suoi figli moribondi (1862).

Una copia di questa statua a grandezza naturale è presente a Castagneto Carducci nel giardino del Castello della Gherardesca.

Ricerca storica a cura di Giacomo Pantani
Gioseè-Borsi-profilo

L’11 giugno 1888 il giornale livornese “L’Elettore” pubblicava un articolo intitolato: “Fiasco elettorale e gioia domestica”. Sia il fiasco che la gioia riguardavano da vicino la stessa persona,  Averardo Borsi, giornalista castagnetano di tendenze radicali. Averardo aveva sostenuto a lungo una campagna elettorale nelle elezioni politiche di quell’anno a favore di Amilcare Cipriani, candidato anarchico-radicale nel collegio di Livorno-Isola d’Elba e detenuto a Portolongone; le elezioni si conclusero con il fiasco citato. La gioia domestica, tuttavia, compensava largamente l’insuccesso elettorale; il giorno precedente, infatti, nasceva in casa Borsi un figlio maschio la cui nascita fu annunciata da Averardo all’amico Carducci con un telegrafico: “Il piccolo Giosuè saluta il più grande Giosuè d’Italia”. 

Nonostante le idee anticlericali e massoniche di Averardo, a prevalere furono quelle della moglie Diana Fabbri, appartenente ad una famiglia castagnetana molto religiosa. Giosuè Borsi fu, quindi, battezzato e Carducci fu il suo padrino per procura. Averardo aveva predisposizione ed ambizioni letterarie e trovò l’humus per la sua personalità nel contesto storico-politico italiano di fine Ottocento, caratterizzato dai governi della sinistra storica, dall’affermazione del movimento anarchico e dalla figura di Pietro Gori, molto attivo nel livornese e non solo. Trasferitosi da Castagneto Marittimo a Livorno nel 1885 insieme alla moglie, iniziò a scrivere articoli per “La Gazzetta Livornese” e per “Il Telegrafo”. 

Fu amico di Carducci, Pascoli, D’Annunzio e Mascagni e si inserì prepotentemente nel mondo del giornalismo italiano diventando Direttore di alcune testate giornalistiche  (“Il Mare”, “L’Elettrico” di Pisa, “Il Corriere vicentino”, “Il Corriere Toscano”, “La Gazzetta Livornese”, “Il Telegrafo” ed infine “Il Nuovo Giornale” di Firenze). È in questo ambiente familiare laico che “Il piccolo Giosuè” sviluppò precoce talento letterario, vocazione atea, tendenza alla vita brillante, gaudente e libertina ed, infine, la fede.

Fin da piccolo si rivelò un bambino prodigio; iniziò a poetare all’età di 5 anni dedicando i suoi primi versi al padre e alla madre. Trascorse gli anni della sua fanciullezza e degli studi superiori al Liceo Classico “Guerrazzi” nella città labronica. Ancora adolescente, scrisse i suoi primi versi: “Alla sorella Laura nel giorno della sua prima comunione” e “Il capitano Spaventa”, un romanzo cavalleresco pubblicato postumo.

Nel 1905 “La Gazzetta Livornese”, giornale diretto dal padre Averardo, pubblicò una piccola raccolta di poesie giovanili “Versi” (sei in tutto).  Spirito inquieto ed avido di conoscenza, di letteratura classica, tragedia e soprattutto di Dante,  frequentò salotti, biblioteche, musei e teatri. Novellista, poeta, scrittore, giornalista, critico letterario e attore di teatro: questa moltitudine di interessi tratteggiano e caratterizzano la personalità di un giovane letterato italiano ed uomo d’azione. Di bellissimo aspetto, amava la vita mondana e non poteva certo mancare la frequentazione del circolo scherma livornese, che tante glorie sportive ha portato alla città. I seguenti versi giovanili ne tracciano significativamente il suo ritratto: “Amo la vita e freme in me di gloria/un desìo forsennato ed insolente/tale mi sono e di mutar non chiedo”.

Per volere  e per rispetto del padre si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa. Le leggi, però, non erano il suo forte; si laureò, infatti, nel 1913 ad Urbino tre anni dopo la scomparsa del padre. Nel 1907 si trasferì a Roma con la famiglia. In quell’anno Zanichelli presentò al pubblico la sua prima raccolta poetica “Primus font”, che può essere considerata l’affaccio del Borsi al mondo della poesia contemporanea. Firmandosi con lo pseudonimo di Corallina fu cronista ed inviato del giornale livornese “Il Telegrafo” in occasione del terremoto di Messina (1908). Nel 1910 ancora Zanichelli pubblicò il canzoniere “Scruta obsoleta”  presentato dall’autore con queste parole:

Le poesie che nella forma e nello stile appaiono qui le più polverose e stantie, come il capitolo, la ballata, la canzonetta, la barzelletta, il madrigale, il carme, son quelle appunto che giustificano il titolo della raccolta. Metrica, lessi, etimo, caratteri, tutto è volutamente arcaico in esse. Starebbero a dimostrare, se la nostra modestia ci permettesse di affermare in loro così grande efficacia, che certi disusati ciarpami italici possono ancora francarci da’ commerci barbarici e che le anticaglie scovate ne’ ripostigli di casa nostra, son sempre più fresche degli stracci con cui ci camuffiamo all’uso forestiero

In questo canzoniere emerge il carattere decisamente critico del Borsi nei confronti di una certa letteratura italiana di inizio Novecento aperta alle influenze straniere. Con la morte improvvisa del padre, avvenuta nel dicembre del 1910, la famiglia Borsi si trasferì definitivamente a Firenze per consentire a Giosuè una migliore direzione del “Nuovo Giornale”, di cui il padre ne era da poco diventato direttore.

Trascorsi appena due anni, un secondo lutto sopraggiunse improvviso per la morte della sorella Laura (1912), la quale lasciò a lui la cura dell’amatissimo nipotino Dino, nato da una relazione tra la sorella e Gabriele Maria (detto Gabriellino) D’Annunzio, figlio del più celebre Gabriele.

Questo aspetto ci conduce ad una suggestiva supposizione (ipotesi personale), secondo la quale il giovane Borsi sia venuto in contatto con il vate nel periodo in cui entrambi si trovavano a Forte dei Marmi,  assorbendone molti aspetti del suo modus vivendi e ars poëtandi. Eloquente, da un punto di vista poetico, è il parallelismo tra la “Pioggia nel Pineto” (D’Annunzio) e “Alla Salmace” (Borsi). Tra il 1912 ed il 1913 il Borsi lavorò alla stesura di tre quaderni di un “Diario” che andranno a costituire il volume “Confessioni a Giulia”, inno d’amore alla sua donna ideale, sul modello dantesco.

Furono questi gli anni più terribili per il giovane che, scosso dai lutti familiari, si trovò improvvisamente proiettato in una realtà angosciosa e problematica. L’importanza di quest’opera è significativa, in quanto segna il passaggio di un Borsi “prima maniera”, dedito ad una vita mondana e libertina, a quella di un’anima silenziosa, riflessiva ed austera dei “Colloqui”, alla ricerca della verità.

Questi sono gli anni in cui la figura del Borsi si afferma a livello italiano anche come fine dicitore di Dante e di Boccaccio. Con grande acume filologico commenta la Commedia e, prendendo spunto dal Decameron, scrive dieci novelle dedicate a dieci amici che andranno a costituire la raccolta dei “Crisomiti”. La serie di lutti familiari, tuttavia, non accenna a fermarsi.

Nelle vesti di Dioniso, durante la recita delle Baccanti di Euripide a Milano (agli inizi del 1914), apprende la notizia che il nipotino Dino è gravissimo; quando rientrerà a Firenze, il piccolo di soli cinque anni, sarà già morto. 

Con il cuore a pezzi esclamò: “Se Dio non c’è, la vita è una cosa bestiale, un nulla tragico e inutile, una pazzia”. In quei giorni neri, mentre stava preparando una novella su San Cristoforo, pian piano giunse il dubbio “Sono come una pianta ricca di succhi, a cui è proibito fiorire”.

A Livorno venne in contatto con padre Guido Alfani appartenente all’ordine degli Scolopi; la sua anima anticlericale stava crollando sotto i colpi reiterati del dolore, spingendolo sempre più verso quella crisi spirituale che lo condurrà al cristianesimo cattolico.

A padre Alfani chiese il sacramento della confessione e la donazione di libri per conoscere e amare profondamente Gesù Cristo, ricevendo da lui le opere più importanti dei grandi dottori della Chiesa.

Il 17 luglio 1914 si accostò per la seconda volta alla comunione, provando una pace interiore senza pari e da quel momento, per i pochi mesi ancora che gli resteranno da vivere, sarà l’apostolo di Gesù. 

Il 25 novembre 1914 venne redatto a Firenze “Il Testamento spirituale”, una delle più belle e commoventi pagine della letteratura religiosa del tempo.

Nel testamento olografo Borsi istituisce eredi dei suoi beni spirituali tutti coloro che, al momento della sua morte,  lo ameranno. 

Lascio tutta e intera a ciascuno di essi la  mia inestimabile ricchezza che è il segreto infallibile della felicità perfetta. Pregio sommo di questa eredità è di essere un tesoro noto e accessibile a tutti, che moltissimi hanno posseduto e posseggono che si può donare e trasmettere per intero, senza perderne la benché minima particella; che anzi chi lo possiede desidera di farne parte agli altri, ben sapendo che quel tesoro si accresce tanto più al donare quanti più sono coloro a cui lo partecipa”. 

Riceve la cresima dal vescovo di Pisa cardinale Maffi il 30 aprile del 1915, il 27 maggio pubblica i “Colloqui” e il 20 giugno divenne terziario francescano. Nel supremo sforzo della ricerca della Verità e nel rispetto della Patria che tanto amava “La Patria esige i più grandi sacrifici ed io prometto di compierli tutti, compreso quello immenso di lasciare, forse per sempre, la mamma adorata”, il 30 agosto si arruolò volontario come sottotenente del 125° Fanteria nella Grande Guerra, ghiotta occasione per scrivere ancora le struggenti “Lettere dal fronte”. 

Trovò anche il tempo di comporre due inni di guerra con parole e musica: “L’inno al mitragliatore” e “Bragadin Canaleto”. Il 10 novembre 1915 a soli 27 anni, alla testa del suo plotone, cadeva a Zagora vicino a Gorizia ed il suo corpo non fu più ritrovato. I compagni d’arme riuscirono, però, a salvare il Vangelo ed il Dantino insanguinati che portava nel petto, legati insieme con il rosario.

I suoi effetti personali furono consegnati a madre Diana, da sempre convinta che il corpo del Milite ignoto fosse quello del suo Giosuè. 

Con la morte ricercata in battaglia per alti ideali, “Lascio la caducità, lascio il peccato, lascio il triste ed accorante spettacolo dei piccoli e momentanei trionfi del male sul bene; lascio la mia salma umiliante, il peso grave di tutte le mie catene, e volo via, libero, libero, finalmente libero…

Borsi ha immolato se stesso sull’altare della Patria ed in lui troviamo  molto di decadente. Come gli uomini del risorgimento italiano, animato da grandi ideali, fa olocausto del suo sangue, ma da questi ultimi si allontana per il forte sentimento religioso.

Altri sono stati o solo grandi artisti che attraverso le loro opere, poesie o prose, hanno cantato la Patria, altri, invece, come i giovani risorgimentali, sono stati solo arditi patrioti. Borsi non è niente di tutto ciò; la sua fede profonda intrisa da un sano irredentismo lo rendono unico e autentico.

Poeta soldato come Ungaretti e D’Annunzio si distacca da quest’ultimo ed in lui trova compimento il trinomio arte-patria e religione rivelando pienamente l’anima complessa dell’artista elegante, del letterato sapiente e gentile, del terziario francescano e del patriota, dal quale affiora l’Übermensch, quell’oltreuomo o uomo nuovo nietzschiano.

Nonostante molte città italiane abbiano dedicato a Borsi vie e piazze e molte scuole  portino il suo nome, non ultimo l’Istituto Comprensivo di Castagneto Carducci, rimane il grande assente nei libri e nei percorsi di studio scolastici.

Per i suoi meriti ed il significato emblematico che caratterizza la sua figura, meriterebbe sicuramente un più alto grado di riconoscimento poetico-letterario.

Ricerca storica a cura di Prof. Francesco Irrera

Discendente da un’antica famiglia castagnetana, è stato uno dei più importanti uomini politici del periodo fascista. La famiglia Casanuova era presente a Castagneto già dagli inizi del Cinquecento e, nel 1639, era stata inserita tra le dodici famiglie tra le quali potevano essere scelti gli amministratori della Comunità. Nel corso dei secoli i Casanuova riuscirono ad accumulare un ingente patrimonio e, grazie anche ai rapporti privilegiati con i conti della Gherardesca,  nel 1754 ottennero dal Granduca di essere ascritti alla nobiltà fiorentina. Dal Cinquecento all’Ottocento furono molti i membri di questa famiglia a ricoprire le principali cariche comunali e, in particolare, quella di gonfaloniere.

Nell’Ottocento Ranieri Casanuova fu gonfaloniere dal 1830 al 1834 per poi lasciare l’incarico quando divenne comandante della legione dei cavalleggeri di Piombino. Fu anche tra i protagonisti delle rivolte castagnetane del 1848. Ranieri ebbe numerosi figli: Lorenzo, detto il Tenebroso, e destinato a succedere al padre come capofamiglia, Guido, Roberto, Adele, Riccarda e Alessandra. Di questi, i quattro fratelli Lorenzo, Roberto, Adele e Riccarda rimasero celibi, mentre Guido si sposò ed ebbe una discendenza ma, avendo presto sperperato tutta la propria parte di patrimonio con il gioco, fu diseredato dagli altri fratelli.

L’ultima figlia, Alessandra, sposò Pietro Sansoni, un tenente delle milizie granducali che era capitato a Castagneto nel corso delle rivolte del 1848, e da cui ebbe diversi figli tra cui Emilia, che fu allevata dagli zii celibi. Emilia Sansoni si sposò con Sebastiano Tringali, di origini siciliane e delegato alla Pubblica sicurezza di Cecina. Dalla loro unione, il 10 maggio 1888, nacque Antonino Tringali. Nel 1904 il prozio Lorenzo, rimasto ultimo discendente dei Casanuova, fece testamento lasciando come unico erede il pronipote Antonino a condizione che questi aggiungesse il cognome “Casanuova” a quello di “Tringali”. Lorenzo morì nel 1907 e nel 1908 Antonino Tringali, dopo avere ereditato l’intero patrimonio dell’ormai estinta famiglia Casanuova, divenne Antonino Tringali-Casanuova.

Dopo essersi laureato in giurisprudenza, Antonino si dedicò fin da subito alla politica facendosi promotore prima di un “Comitato Possidenti” contrapposto alla nascente lega rossa dei braccianti del Bambolo.

Poi, nel 1921, fu tra i fondatori del Fascio di Combattimento del Bambolo, divenendo ben presto uno dei più importanti esponenti del fascismo agrario della provincia.

Già Segretario politico del PNF di Castagneto, il 22 gennaio 1923, tre mesi dopo la marcia su Roma, fu eletto sindaco del Comune.

Nel 1924 ripristinò anche il ruolo di presidente della Filarmonica Comunale e ne assunse la carica in prima persona.

Nel 1926, a seguito della soppressione della carica di sindaco, Tringali-Casanuova divenne anche il primo podestà di Castagneto per nomina regia. Iniziò da qui una vorticosa carriera politica che lo portò a ricoprire le più alte cariche del regime fascista. 

Alla fine del 1926 fu istituito il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato ed Antonino, grazie anche ai suoi rapporti stretti con il potente gerarca Guido Buffarini Guidi, fu nominato membro del Collegio giudicante.   Già l’anno seguente divenne vice presidente del Tribunale. Nel 1928 ottenne anche la carica di Luogotenente Generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) e, nel 1932,  assunse la presidenza del Tribunale Speciale, entrando così di diritto nel Gran Consiglio del Fascismo, organo supremo del regime. 

La guida del Tribunale Speciale, simbolo della repressione politica del Fascismo, conferì ad Antonino Tringali-Casanuova una grande autorità all’interno del PNF, vista anche le modalità sbrigative con le quali il Tribunale poteva processare chiunque fosse stato sospettato di attentare alla sicurezza dello Stato

Durante il Ventennio fascista il Tribunale Speciale, che agiva solitamente dietro segnalazione della polizia segreta fascista (la famigerata OVRA), processò 5.619 persone di cui 4.596 subirono delle condanne, tra cui 31 condanne a morte effettivamente eseguite. Pressato dai sempre più importanti impegni politici, Tringali-Casanuova dovette lasciare la carica di podestà di Castagneto ma continuò a frequentare con assiduità il paese riuscendo anche ad occuparsi in prima persona delle questioni locali più importanti.  Intanto proseguiva la sua carriera politica: deputato del Regno díItalia dal 1934 al 1939, in seguito divenne Consigliere Nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni fino al 1943. Come membro di diritto del Gran Consiglio, partecipò anche alla storica riunione notturna del 25 luglio 1943 quando, con diciannove voti favorevoli e sette contrari, fu approvato l’ordine del giorno “Grandi” con cui, di fatto, si poneva fine all’autorità di Mussolini ed al regime fascista. Antonino Tringali-Casanuova fu tra i sette gerarchi che votarono contro rimanendo fedeli al Duce.

Dopo la caduta del Fascismo aderì alla Repubblica Sociale Italiana e fu nominato Ministro della Giustizia il 23 settembre 1943, carica che mantenne fino alla morte avvenuta a Cremona il 1° novembre 1943 per cause naturali.

Durante il suo incarico di sindaco prima e di podestà poi, Antonino Tringali-Casanuova riuscì a realizzare molte opere pubbliche per il proprio paese. Nel 1929 fece restaurare il “Teatro Sociale” (già “Teatro Balli”), sostituendo i parapetti dei palchetti e facendo decorare le pareti ed il soffitto dalla ditta Ciatti, ma anche cambiando il nome della struttura in “Teatro Littorio” (oggi “Teatro Roma”). Sempre nel 1929 inaugurò le nuove scuole di Castagneto: un grande edificio che ancora oggi ospita le scuole dell’infanzia, primaria e secondaria del capoluogo.

Nel discorso celebrativo dell’inaugurazione, il podestà rivendicò che la realizzazione è stata esclusivamente fascista, perché fascista è tutta questa inumana forza di propulsione rinnovatrice che anima tutta Italia e che permette di inaugurare, in questa stessa ora, opere pubbliche in numero di oltre 9.000 e per un importo di circa 4 miliardi. 

Sempre durante gli anni del fascismo, mantenendo direttamente o indirettamente le redini del potere a Castagneto, il Tringali-Casanuova fece realizzare altre opere pubbliche come la scuola di Bolgheri, il nuovo acquedotto di Castagneto, la colonia “Lodolo” a Marina di Castagneto (oggi Hotel Tombolo), la “Casa del Fascio” a Donoratico (oggi stazione dei Carabinieri). Rimase invece incompiuta, a causa delle vicende belliche, la costruzione di una grande “Casa del Fascio” a Castagneto: se ne realizzò solo l’ampia terrazza panoramica sulla quale sarebbe dovuto sorgere l’edificio e che oggi costituisce il Piazzale Eugenio Curiel (Piazzale Belvedere).

Tringali-Casanuova fu però anche responsabile della scomparsa dell’oratorio di San Sebastiano, chiesa cinquecentesca di forma ottagonale rasa al suolo al solo fine di allargare Piazza del Plebiscito (oggi Piazza del Popolo) e farne uno spazio adatto a raccogliere le “oceaniche adunanze” volute dal regime fascista. L’incauta demolizione fece così perdere a Castagneto uno degli edifici cultuali più antichi e caratteristici che possedeva.

Il nome di Antonino Tringali Casanuova è inserito nell’elenco dei ricercati per crimini di guerra (CROWCASS) stilato dagli Alleati con l’accusa di “tortura” per il periodo 1941-1943.

Ricerca storica a cura di Giacomo Pantani

Personaggio politico di caratura internazionale, nasce a Castagneto il 16 marzo 1883 da Antonio (medico condotto di campagna) e Corinna Balli.
A diciotto anni si iscrive al Partito Socialista e nel 1904 entra in un gruppo rivoluzionario segreto per aiutare materialmente la imminente rivoluzione russa. Viene arrestato e condannato a 11 mesi.

Uscito dal carcere avrà un breve esilio in Svizzera e poi a Parigi. In una scheda della Prefettura viene così descritto: “alto 1,76, anarchico, espressione fisionomica rude, serio e taciturno, irruento, di poca educazione, di discreta intelligenza e cultura”.

Nel 1909 sposa Oberdana Macchi (figlia di Napoleone, macellaio) e dopo la laurea in giurisprudenza a Bologna, svolge attività di praticantato forense a Milano e si iscrive al Gruppo Anarchico Pietro Gori costituitosi a Castagneto.

Nel 1914 diventa padre di Ellenio (che sarà il suo vero punto di riferimento in Italia con contatti epistolari durante la lunga permanenza all’estero) e chiamato alle armi viene processato perché contro la guerra e arrestato per aver organizzato la rivolta dei Reggimenti 91 e 92 del Carso; sconta 4 mesi di carcere e poi viene prosciolto.

Nel 1920 viene eletto Sindaco di Cecina (dove svolgeva la professione di avvocato) nelle file del Partito Socialista e Presidente del Consiglio Provinciale di Pisa.

Il 21 gennaio del 1921 dopo la scissione al Congresso di Livorno del PSI, aderisce al Partito Comunista d’Italia; mantenne la carica divenendo il primo sindaco comunista in Italia.

Per poco però perché il 25 gennaio – dopo lo scontro con squadra di fascisti a Cecina e la morte di Dino Leoni, livornese – viene accusato di omicidio, lo stesso giorno viene arrestato e incarcerato prima a Volterra e poi a Lucca e con decreto reale del 30 gennaio viene rimosso dalla carica di Sindaco.

Alle elezioni del 15 maggio del 1921 viene eletto deputato per il PCd’I nella Circoscrizione Livorno-Pisa e in quanto eletto alla Camera dei Deputati e in non buone condizioni di salute viene scarcerato e si trasferisce a Roma.

Viene inviato in Germania a rappresentare il PCd’I presso il KPD (Partito Comunista tedesco) e successivamente a Mosca nell’esecutivo del Comintern in attesa che giungesse il titolare Antonio Gramsci.

28 gennaio 1923, Berlino – Congresso del Partito Comunista Tedesco

Vi partecipano dall’Italia Umberto Terracini, Ersilio Ambrogi, Antonio Gramsci. Nello stesso anno Ambrogi viene processato per i fatti di Cecina e condannato a 21 anni di reclusione della Corte di Assise di Padova e decide di rientrare a Mosca.

Il 21 aprile del 1927, dalla compagna Limbo Kamatchninckova-Duskovskaia, nasce il figlio Foresto.

Amico personale e sostenitore di Lev Trotsky si scontra con Giuseppe Stalin e lo stalinismo; espulso dal Partito, è costretto all’espatrio e da Mosca se ne va a Berlino, ma con l’avvento di Adolf Hitler torna di nuovo a Mosca e rimarrà in URSS fino al 1936, quando espatrierà a Bruxelles dove rimarrà fino al 17 ottobre 1940, giorno in cui è arrestato dalla polizia tedesca (i nazisti avevano appena invaso il Belgio), consegnato a quella italiana, incarcerato a Livorno e tenuto in detenzione fino al processo del 1942.

Al processo di Padova (nel corso del quale dichiarò i suoi sentimenti antifascisti e con l’assoluzione per caduta in prescrizione del reato) fu confinato vicino a Viterbo da dove fu poi deportato in Germania dopo l’armistizio.

Nel maggio 1945 rientrò in Italia, riprese la professione di avvocato a Livorno e nel 1957 fu riammesso nelle file del PCI con il quale (in particolare con il gruppo dirigente e Palmiro Togliatti in primis) i rapporti non erano mai stati idilliaci, anche per una mai del tutto chiarita diatriba circa i rapporti con alcuni emissari fascisti e i servizi segreti sovietici con i quali l’Ambrogi ebbe per vari motivi interlocuzioni nei periodi trascorsi a Mosca.

E’ morto l’11 aprile 1964, a 81 anni, all’Ospedale di Campiglia Marittima e la sua tomba si trova nel Cimitero comunale di Castagneto Carducci.

Ricerca storica a cura di Giancarlo Querci
Personaggi Castagnetani - Giuseppe Orosi - Moneta

Giuseppe Orosi (1816 – 1875), è stato un chimico ed un accademico, assoluto protagonista della chimica italiana dagli anni quaranta sino alla sua scomparsa.

Nacque a Pisa il 17 Marzo 1816 e poco dopo la sua nascita il padre morì mentre la madre si risposò nel 1831.

Nello stesso Anno l’Orosi andò a vivere presso alcuni parenti a San Giuliano Terme.

Dopo gli studi secondari si iscrisse al Corso di Laurea di Medicina a Pisa mantenendosi come garzone presso la spezieria arcivescovile; ma le ristrettezze economiche lo indussero ad iscriversi e diplomarsi in Farmacia. Trovò subito impiego in una spezieria di Castagneto in Maremma ed in seguito fu assunto presso la Farmacia Villoresi di Livorno.

Continuò a perfezionarsi in campo chimico e farmaceutico e nel 1842, a 26 anni, vinse il concorso come intendente di farmacia presso l’Ospedale di Livorno.

Grazie alla nuova stabilità economica, istituì dei corsi gratuiti di chimica per gli studenti universitari livornesi.

Negli anni quaranta iniziò a produrre una serie di ricerche relative all’analisi delle acque di varie zone della Toscana partendo da San Giuliano Terme, come ricorda una lapide del 1908 collocata presso le terme stesse. 

In seguito si occupò anche delle acque di San Vincenzo presso il Cornia e dell’ Acqua Giulia presso Follonica. In tale ambito di ricerca fu sicuramente uno dei precursori arrivando tra l’altro anche a dimostrare gli effetti benefici delle acque termali: è il caso delle acque termali a Livorno, successivamente conosciute come Acque della Salute o Terme del Corallo di cui l’Orosi già a metà dell’ottocento ne appurò l’idoneità nella cura di malattie dell’apparato digerente. 

In tali ricerche collaborò con Paolo Savi e Gioacchino Taddei, con quest’ultimo che aveva sollevato la necessità di adottare un codice farmaceutico uniforme per tutt’Italia: Orosi si fece carico dell’opera e dopo due anni pubblicò la Farmacologia Teorica e Pratica o Farmacopea Italiana

Nel 1849, a soli 33 anni, fu nominato professore di chimica farmaceutica presso l’Arcispedale di S.Maria Nuova a Firenze ma dopo la restaurazione del Granducato Lorenese fu subito dimesso da tale incarico e tornò alla sua precedente occupazione presso l’ospedale di Livorno. 

Nel successivo decennio continuò a lavorare alla Farmacopea Italiana rivedendola ed ampliandola: la III edizione del 1856-57 era pressoché raddoppiata rispetto alla prima.

Nel 1859, dopo l’annessione della Toscana al Regno di Sardegna, venne nominato professore onorario nella sezione degli studi pratici di completamento e perfezionamento nella Scuola di S.Maria Nuova a Firenze. Nel 1860 divenne professore ordinario di chimica medica e farmaceutica presso l’Università di Pisa dove nel 1865 fondò la Scuola Universitaria di Farmacia

Nell’ultima fase della sua carriera si concentrò sulla didattica e la diffusione della cultura scientifica e tecnologica arrivando a realizzare fortunati dizionari e manuali. Svolse anche una costante attività politica e fece parte di numerosi consigli comunali a Livorno. 

Morì a Pisa il 14 Dicembre 1875 a 59 anni e fu sepolto nel camposanto monumentale di Pisa. Venne eretto un monumento in suo onore realizzato da Ulisse Cambi ed inaugurato nel 1877. Di tale monumento si è conservato solo il busto ed oggi è esposto nell’atrio della facoltà di Farmacia dell’Università di Pisa.     

Giuseppe Orosi e il legame con Castagneto

Nel 1832 all’età di 16 anni Orosi venne a Castagneto ospite dei Casabianca, amici di famiglia e farmacisti in Via Pisana (l’attuale Via Giosuè Carducci).

La farmacia si trovava nello stabile che oggi è la sede dell’epigrafe dedicata all’Orosi.

Intorno agli anni ’70 ebbe tra gli allievi Emilio Bucci, futuro farmacista a Castagneto che in seguito alla morte del suo professore, oltre a contribuire alla realizzazione del monumento nel cimitero monumentale di Pisa, volle immortalare quel lontano ricordo castagnetano con una epigrafe allestita a sue spese.

Il 26 Aprile 1879 Giosuè Carducci acconsentì a dettarne il testo, cosa del tutto insolita per il poeta.

Lo stesso Emilio Bucci, sulla scorta dell’analisi pubblicata dall’Orosi sulle caratteristiche dell’acqua minerale di San Vincenzo presso il Cornia, iniziò una accurata analisi sull’acqua potabile di Castagneto, che pubblicò nel 1897 dal titolo “Dell’acqua sorgiva del Conte Piero”.

Ricerca storica a cura di Roberto Granatiero
Personaggi Castagnetani - Mario Cavallari

Mario Canavari

Nato da Nicola (o Niccolò) e Michelina Ruffini, in una famiglia di piccoli industriali marchigiani, studiò presso l’Università di Pisa dove si laureò in Matematica il 28 luglio 1879. Presso questa stessa Università si appassionò agli studi naturalistici ed in particolare alla Paleontologia, divenendo allievo di Giuseppe Meneghini. Si specializzò in Geologia e Paleontologia, pubblicando ben presto i suoi primi lavori. Nel 1881 grazie ad una borsa di studio per il perfezionamento all’estero trascorse un periodo di studio a Monaco di Baviera, sotto la guida del famoso geologo e paleontologo tedesco Karl Alfred von Zittel. Divenne Professore Ordinario di Geologia e Direttore dell’Istituto e del Museo Geologico dell’Università di Pisa. Tenne anche l’insegnamento di geografia fisica e di meteorologia dal 1906 al 1921.

A Pisa ricoprì anche cariche pubbliche, fu consigliere comunale e provinciale, assessore e pro-sindaco. Politicamente era repubblicano e mazziniano; il primo aprile 1909 fu iniziato in Massoneria nella Loggia Ettore Socci di Pisa e negli anni del fascismo non si iscrisse mai al partito. Fu socio nazionale della Regia Accademia dei Lincei e presidente della Società Geologica Italiana nel 1899 e della Società Toscana di Scienze Naturali dal 1921 al 1928.

La sua opera più importante, pubblicata pochi mesi prima della sua morte, è il Manuale di Geologia Tecnica, un poderoso testo organico di Geologia applicata. Tenne l’insegnamento di Geologia applicata nella regia scuola d’ingegneria dell’università di Pisa.

Possiamo dire che il Canavari si dedicò alla Geologia applicata o pratica, come veniva chiamata, e all’idrologia sotterranea di cui si legge un numero grandissimo di studi riguardo sorgenti d’acqua termali e minerali (Montecatini, Chianciano, Bagni di Casciana); relazioni intorno a “catture di Sorgenti” da incanalare in acquedotti dedicati all’ irrigazione e impianti idroelettrici; e circa un centinaio di manoscritti inediti presso l’istituto di Geologia.

Con la pubblicazione del Manuale di Geologia tecnica, libro che per la prima volta pose l’accento sui problemi geologici inerenti all’ingegneria, gli ingegneri cominciarono ad accorgersi di avere sino a quel momento troppo trascurato i suggerimenti del geologo e fu il Canavari che ebbe il merito di questo riconoscimento. Il Canavari con i suoi studi esalta come grande ricchezza per l’economia nazionale l’acqua, solo oggi compresa e valorizzata a dovere, e termina la sua idrogeologia con “spetta alle industrie e sapientemente volere dall’uomo di utilizzarla in tutti i modi possibili per i suoi molteplici bisogni e per la sua prosperità” (da F. Caterini, annali delle università toscane 1928).

Il sindaco Balli, riconoscendo al Canavari la dote della valorizzazione attraverso la ricerca del patrimonio sorgivo delle acque dalle formazioni idrogeologiche presenti sul territorio del Comune, chiamò il professore nel 1901 a compiere gli studi necessari per certificare la valenza potabile e l’approvvigionamento idrico utile alla comunità di Castagneto; nello studio il ricercatore rilevò le sorgenti, ne misurò la portata e indicò la positività del potenziamento dell’acquedotto di Castagneto. Riportiamo alcuni carteggi intercorsi tra il Sindaco Balli e il professore e quelli del consigliere dr. Casabianca .

Il Sindaco, riconoscendo le sue intuizioni innovative, scelse come consulente proprio il fondatore delle scienze idrogeologiche dell’università di Pisa. Questa consulenza sarà importante per il contenzioso sull’acqua tra Sindaco e Conte.

Castagneto Carducci - 1800

Germano Balli

Di undici fratelli Germano Balli fu avvocato e sindaco di Castagneto Marittimo dal 1899 al 1911 e con delibera trasformò il nome di Castagneto Marittimo in Castagneto Carducci. (da L.Bezzini)

Personaggi Castagnetani - Emilio Bucci -Targa Giuseppe Orosi

Emilio Bucci

Emilio acquistò la farmacia del paese dai Berni che emigrarono a Pisa. Per poter esercitare e condurre la farmacia era richiesta la laurea ed Emilio si dedicò agli studi con entusiasmo, riuscendo ad ottenerla e quindi a mettere su la farmacia in borgo nel proprio palazzo dove successivamente fece istallare a proprie spese l’epigrafe dedicata al maestro in farmaceutria Giuseppe Orosi.

Bucci fu amico del Carducci; è noto che lo trasportò con il proprio calesse e lo ospitò nella sua casa di Sant’Agata (con Carolina Piva).Eseguì una dettagliata relazione di chimica sull’acqua della Bolla del Conte Piero evidenziando gli elementi che potevano pregiudicarne la potabilità.

Personaggi Castagnetani - Walfredo Tedice Della Gherardesca Stemma Casata Della Gherardesca

Walfredo Tedice Della Gherardesca

(1865-1932)

Figlio del senatore del Regno d’Italia Ugolino fu infatti con i Castagnetani, secondo alternanza, ‘il battagliero’ per eccellenza: non con armi e vessazioni ma con il rigore legale. Di lui si diceva infatti che dormisse con il codice sotto il cuscino e camminasse con l’avvocato al fianco.

Con lui ripresero con inusitato vigore le dispute sulla caccia e la pesca; si legge in una cronaca dell’epoca:
Volete l’acqua di Bagnoli datemi i diritti di caccia e pesca e l’avrete!

Riaffiorarono così le dispute sul macchiatico e il ghiandatico, così come sulle sulle strade pubbliche e private (Bezzini ed. Bandecchi e Vivaldi 2001).

Ricerca storica a cura di Antonio Muti